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aggiornato al 17 giugno 2009

 
   
 

“Storie e voci"
prospettive interculturali dell’arte

Convegno internazionale
per operatori d'arte

12 - 14 giugno 2009
Castel Gandolfo - Roma


ATTI DEL CONVEGNO

 

Englih Italiano Espanol
 

 

 

 


LODE – Valerio Ciprì - autore

                   Pur essendo uno studente di ingegneria elettronica, la mia passione era indubbiamente la musica. Erano gli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, metà degli anni sessanta.
                  Con dei miei amici ho formato  un complesso beat, “I Notturni”, forse per una mia abitudine innata di comporre e suonare di notte, che non mi lascia tuttora.
                  Col gruppo abbiamo avuto subito un discreto successo. Siamo risultati terzi in un concorso che si tenne allora fra nuovi complessi per tutta Italia. Anche la famosa casa discografica RCA Italiana aveva mostrato per le mie canzoni un certo interesse. 
                  E’ stato in quel momento culmine che ho conosciuto il Movimento dei Focolari. Era forse il febbraio 1966.
                  Tre giovani mi stavano davanti nel salotto di un mio amico, un famoso giudice di Palermo, che mi aveva invitato a casa sua non so con quale pretesto o stratagemma, proprio in una sera in cui con ‘I Notturni’ dovevamo inaugurare l’apertura del night club più famoso della città. I miei amici del complesso mi hanno atteso inutilmente all’inaugurazione del night, e non mi hanno più rivisto, perché per me quella sera ha segnato una svolta decisiva nella mia vita. Non so come avvenne, ma ho sentito dentro che quel tipo di musica  per me non aveva più senso, non faceva più parte della mia storia.
                  Sono stato invitato in seguito dai miei nuovi amici, dal momento che sapevo suonare la chitarra, ad accompagnare alcuni canti in un incontro che avevano organizzato nella mia città. Mi sono sorpreso non poco quando mi fecero sentire le canzoni che dovevo accompagnare. Erano alcune di quelle che io normalmente cantavo nelle serate col mio vecchio complesso, ma loro avevano cambiate le parole, che rivolgevano ora a Gesù, ora a Maria, ora ad altre realtà che non capivo. Mi sembravano dei veri innamorati, ma di cose più alte, più sublimi. Ed in me suscitavano un desiderio sincero di essere nuovo, diverso, di aprire il mio cuore ad un amore che non avevo conosciuto prima: quello di Dio, che, come anch’io ora sperimentavo, mi amava personalmente.
                  Un giorno, ricordandomi che avevo composto tante canzoni, ho deciso di cambiare le parole ad alcune di esse per esprimere la nuova realtà che stavo vivendo. Nacquero così  “Tu sei la meta” e “Io vorrei”, che hanno sorpreso molto i miei amici e che sarebbero state in seguito fra le prime canzoni del Gen Rosso, che ancora non era nato.

                  Mi sono convinto ben presto che  questo Ideale di vita era ciò che da sempre avevo cercato e non ho posto troppi indugi nel seguirlo. Mi sono trovato così a Loppiano il 7 gennaio 1967, appena due settimane dopo che Chiara  Lubich aveva regalato ai ragazzi della cittadella quella famosa batteria rossa che ha determinato, assieme a Gen, che indicava la seconda generazione del Movimento dei Focolari, il nome del Gen Rosso.
                  Ho fatto parte subito del complesso. I componenti del Gen Rosso eravamo tutti ugualmente giovani, pieni di entusiasmo, con una forza dirompente che traboccava da noi; con una grandissima voglia di far conoscere a tutti quell’amore che aveva trasformato la nostra esistenza.
                  Ho continuato così a comporre, a scrivere canzoni. In ciascuna di esse ora non lavoravo solo di fantasia, ma esprimevo una realtà che vivevo giorno per giorno assieme agli altri, cercando di mettere  in pratica, fra noi che eravamo di razze, culture e mentalità diverse, quell’amore reciproco che era divenuto la legge della nostra vita. Fino a quel momento  avevo composto, se così si può dire, per me, per dare libero sfogo ai miei sentimenti, al brio della mia gioventù, ai miei, più o meno felici, stati d’animo.
                  Ora sentivo che, senza togliere nulla alla spontaneità, potevo fare tutto per amore, come tutto era stato fatto da Dio per amore intorno a me.
                  Quando proponevo una canzone, mi faceva impressione l’attenzione e l’ascolto che avvertivo negli altri: era una cassa di risonanza che mi faceva scoprire  ciò che veramente di valido c’era in  quella mia canzone; non avvertivo giudizi, ma avevo  più l’impressione che ognuno trattasse quella canzone come se lui stesso l’avesse composta. Magari poi erano cose piccole, ma l’amore di tutti le rendeva grandi e, soprattutto, producevano sugli ascoltatori un grande effetto. Era la nostra vita che passava agli altri, era l’amore di Dio, del quale potevamo essere canali, che arrivava nel profondo dei cuori.
                  Ricordo ancora una cartolina arrivataci dopo un spettacolo fatto in una piazza a Ferrara, un signore ci scriveva: “ Sono passato per caso da questa piazza. Io sono un ateo, ma questa sera avete acceso una luce nella mia vita”.
      Pur vivendo in questo clima di schietta fratellanza, logicamente non eravamo esenti  da momenti bui, difficili, in cui sentivi tutto il peso della tua fragile umanità, dei tuoi difetti irriducibili, del carattere  spigoloso. Ma, a volte,  le ispirazioni più profonde nascevano proprio da momenti come questi. 
      Mi rivedo ancora seduto al tavolo della mia stanza,  quel giorno  in cui due dei nostri compositori avevano fatto una musica che a noi tutti era piaciuta tanto. Doveva essere la canzone finale del nostro musical “Una storia che cambia”.  Avevo scritto già il testo delle prime due strofe e del ritornello che diceva: ”Resta qui con noi…”. Cominciavo la terza strofa: “Davanti a noi l’umanità, lotta, soffre e spera, come una terra che nell’arsura chiede l’acqua…”. Lì, mi sono bloccato. Sentivo in modo forte che era a me che veniva chiesta quest’acqua, io dovevo fare qualcosa per questa umanità, senza delegare nessuno. Ma io…in quel momento non c’ero…mi sentivo vuoto, asciutto più che quel deserto, come se l’amore in me fosse svanito.
Ho aggiunto al testo: “…da un cielo senza nuvole”, e venne: “…chiede l’acqua da un cielo senza nuvole”. Ma Dio dentro mi interpellava: non avevo scuse, amare si può sempre…basta trovare il modo ed averne la volontà: il bisogno di aiuto, di amore di un umanità che lotta, soffre.. non può avere proroghe. Ho aggiunto: “ma che sempre le può dare vita…”. Ma come facevo  a trovare l’acqua per questo deserto se in me non c’era? In “me”, no…, ho pensato, ma in  “noi”, sì. Non sono più io solo, io sono “con gli altri”; assieme si può, assieme, se ci amiamo, c’è Dio fra noi, e Lui può tutto. Ho aggiunto: “Con Te saremo sorgente d’acqua pura, con te fra noi il deserto fiorirà”.
Così, con una grande gioia dentro ho completato la canzone, e piacque a tutti.
            Chiara, poco tempo dopo avermi conosciuto, mi ha dato un nome nuovo. Il mio nome è Valerio, lei mi ha chiamato ‘Lode’. E, a pensarci bene, “lode” è : “canto”, “poesia”, è…“bellezza”. Spero che così sia: Lode alla “Bellezza”!

 

 
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