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aggiornato al 17 giugno 2009

 
   
 

“Storie e voci"
prospettive interculturali dell’arte

Convegno internazionale
per operatori d'arte

12 - 14 giugno 2009
Castel Gandolfo - Roma


ATTI DEL CONVEGNO

 

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CHIARA GIANFERRARI - pittrice  

Un giorno, in Accademia, scopro che è possibile partecipare al Progetto Stazione: una mostra collettiva in cui noi studenti possiamo scegliere un punto della stazione di Bologna e progettarvi un’opera su misura.
Subito mi si accende dentro qualcosa, e inizio a prendere in considerazione l’idea di partecipare. In me però si dibattono due voci: una, mi invita a star cauta nell’accettare, calcolando bene l’impegno, l’altra mi chiede comunque di prestare molta attenzione a quel piccolo richiamo che avevo appena sentito.
I problemi non mancavano, perché quel progetto si sarebbe svolto proprio nel periodo degli esami.
Così, i giorni passano, ma ancora non riesco a decidermi e quella scintilla iniziale rischia di spegnersi tra i dubbi e l’abitudine a tirare avanti le cose in testa senza mai concretizzare. Ma qualche aiuto per tener fresco quel primo richiamo arriva: sono le riunioni organizzative con i due prof a capo del progetto. Uscendo dalla prima infatti, ritrovo la carica del primo momento, e in treno comincio a buttar giù le prime idee, senza frenarmi neanche nelle idee più azzardate.
Capii poi che era giunto il momento di prendere davvero una decisione, facendo tacere tutti i dubbi e interrogandomi seriamente su ciò che avevo sentito all’inizio: se era una semplice voglia mia che andava e veniva, o se quel richiamo insistente era davvero una piccola ispirazione che Dio mi aveva messo nel cuore e mi chiedeva di realizzare? Lascio che sia il mio cuore a rispondere, e la risposta è chiara: quest’opera è davvero un invito Suo. Non è più tempo di ascoltare i problemi allora, voglio accettare la sfida.
Gli dichiaro quindi la mia piena disponibilità, e mi offro come suo strumento. Sono cosciente da subito che le difficoltà non si faranno attendere e saranno tante, ma gli dichiaro il mio Si, pronta ad accettarle tutte. Da quel momento, tutto acquisterà una serietà e una sacralità più grandi.
Non è che l’inizio infatti, e già vengo a sapere che i due amici, ai quali avevo chiesto di collaborare, non possono farlo. E’ la prima occasione per rinnovare quel Si detto, e iniziare da sola a tenere duro fidandomi ciecamente di Lui. 
Io sono spesso sfiduciata nel proporre i miei lavori, e sapevo che la collaborazione con quegli amici mi avrebbe dato più coraggio per proporre l’opera. Ma a quel punto era chiaro che non era del loro appoggio professionale che dovevo fidarmi, bensì di Dio solo.
Inizio la progettazione. La fiducia che quest’opera fosse Sua mi apriva la mente ad accettare qualsiasi progetto che ne fosse uscito, e così vedo che sotto i miei occhi nasce un’opera che “da sola” non avrei mai fatto, con una grande diversità rispetto alle opere fatte prima, pur conservando la mia personalità artistica.

Ad un certo punto, dovevo fare un volantino illustrato, ma non avendo fiducia nelle mie capacità chiedo aiuto ad un’amica illustratrice. Per la prima consegna intanto, lo abbozzo io. Stranamente mi viene bene e scopro un altra capacità che non pensavo di avere.
Poi, siccome progettare un’opera per Lui per me era una cosa sacra, lavoravo all’opposto di come faccio solitamente per me, e ci ho guadagnato tantissimo in professionalità, perché avevo la responsabilità di dargli il meglio spingendomi al limite in ogni perfezionamento.
Viene poi il momento della presentazione del progetto ai prof. Ho una grande paura perché l’opera ha un evidente contenuto morale, e in Accademia questa mentalità è considerata negativa e penalizzante, perché la maggior parte delle volte che gli artisti han voluto fare opere “morali” hanno perso molto in qualità e in artisticità dell’opera, creando opere mediocri. Sapendolo quindi, è stato molto difficile per me osare proporre un’opera con un contenuto morale così scoperto. Tanto più che proporre un’opera è mettere a nudo ciò che si è di fronte agli altri, e ci andava di mezzo anche ciò che ero io come persona, di fronte ai compagni. Però accetto di fidarmi, perché sono certa che se quest’opera veramente è Sua come credo, vincerà anche questa forte barriera.
Inizio la spiegazione ai prof, e mentre ascoltano li vedo molto compiaciuti e soddisfatti. La mia prof approva contenta l’opera che ho fatto, e la giudica bella! 
Ora, bisogna aspettare la lista per vedere chi è stato ammesso al progetto e chi no. L’ultima barriera da superare era l’approvazione della stazione, per i problemi tecnici, e questa idea è risultata vincente anche da quel lato, perché alcuni compagni purtroppo han dovuto rinunciare o modificare in parte le loro opere, mentre questa è potuta passare indenne e non presentava assolutamente nessun problema. E’ stata per me una conferma incredibile di come Dio fa bene le cose!
Uscita la lista, leggo il mio nome: l’opera era tra quelle ammesse al progetto!
Fidandosi di Lui poi anche gli altri problemi si sono risolti: gli esami si sistemano e riesco a farcela nonostante tutte le preoccupazioni che mi bloccavano all’inizio.
            Viene il momento della costruzione, e raggiungo anche le 16 ore di lavoro al giorno, tra la segatura che comincia a riempire tutta la camera e il caldo insopportabile. Però mi ricordo che sto lavorando per Lui, non per me, e ora dopo ora tengo duro fino alla fine.
            Ma è il caso forse di spiegarvi un po’ com’era l’opera. Io la definisco una “performans collettiva”: la gente arriva in stazione e io gli consegno il volantino. Su esso si legge: -Partecipi anche tu alla mia opera d’arte collettiva?- e segue una breve spiegazione del funzionamento, più 10 disegni: ognuno è un’azione da fare, ad esempio: regala un sorriso a chi incontri… offri un caffè ad un collega… ecc..
Compiuta l’azione, la si stacca dal volantino e la si riporta in stazione.(è una zona di pendolari ovviamente.) Là trovano delle piccole strutture di legno con: delle altre copie dei volantini, dei fogli che spiegavano l’opera e, sopra, lo scotch per appendere il proprio gesto in stazione.
L’opera era quindi vedere la stazione che pian piano si colorava con tutte queste azioni, che, essendo state fatte, avevano un pochino già cambiato la società.
            Arriva l’inaugurazione. Dopo il discorso introduttivo inizia il percorso per mostrare le opere. Giunti alla mia il professore inizia a spiegarla simpaticamente, e anch’io intervengo a dire la mia e a distribuire i volantini. E vedo, con una gioia immensa, che davvero il mio lavoro piace, non solo è stato apprezzato dai prof, ma anche dagli stessi compagni, e sento addirittura che qualcuno si porterà a casa il volantino solo perché è bello da vedere (e io che avevo paura di non saperlo fare!).
Ma soprattutto è stata una vittoria grande vedere che questo lavoro è stato apprezzato nonostante la sua linea “morale”.
Torno a casa con una gioia grandissima che voglio condividere con tutti gli amici che mi avevano incoraggiato a presentare il progetto.                 
Il giorno seguente, si trattava di iniziare a distribuire i volantini alle persone. Arrivo in stazione e mi accorgo che una delle mie strutture, in pieno luogo pubblico… è stata rubata! E’ stata una pugnalata per me e per il lavoro fatto i giorni prima, ma mi ricordo che è un’occasione per tener fede quel mio SI detto all’inizio, quando avevo accettato gioie e dolori. Subito dopo, passa per caso una mia cara amica, e così ho un aiuto per dar via i volantini.
Il giorno dopo, tornando, scopro… un’altra cassetta rubata! Reggere una seconda volta è stato duro, ma di nuovo la fiducia in Lui me ne dà la forza, e mi metto a distribuire i volantini, augurando buona giornata a tutti.
Stavolta ero sola, ed era imbarazzante e strano fare quel lavoro senza uniforme, perché alcune persone non capivano e si scostavano diffidenti, non sapendo della mostra o pensando fosse la solita pubblicità. Ma anche quel piccolo disagio potevo offrirlo a Lui, come radici dell’opera.
Oltre a quel volantino poi ce n’era anche un altro sulle cassette, che spiegava l’opera per intero, perché volevo che anche chi non ha una formazione artistica potesse godere dell’opera in tutti i suoi significati, non solo quelli comprensibili al primo impatto. Immaginavo che pochi si sarebbero interessati a quella spiegazione, ma invece i fogli sono stati presi e la gente li leggeva.
In seguito, tornando, ho trovato l’ultima cassetta per terra, sganciata e con il retro rotto.
A quell’ultimo colpo, confesso, non ho retto, e presa la cassetta l’ho portata a casa.
Purtroppo anche alcune opere degli altri compagni erano state danneggiate di proposito, quasi che qualcuno avesse sabotato apposta la mostra. In treno poi mi riprendo un po’, ed essendo un’opera che facevo per Lui  decido di rifare tutto da capo una seconda volta (se l’opera fosse stata mia non ci avrei mai pensato), migliorando però il fissaggio delle cassette, l’unica cosa in cui effettivamente avevo risparmiato impegno facendo a modo mio.
Dopo qualche giorno ebbi un’altro esame (è andato bene!) e decisi che a quel punto era giusto prendersi una pausa, perché forse serviva anche un contesto diverso per riproporla, non più quella stazione. Sono infatti sicura che quest’opera può realizzarsi fino all’ultimo stadio, come era pensata nel progetto.
Aspetto quindi di riproporla una seconda volta, e sono sicura che allora il successo sarà pieno, perché quest’opera è un’ispirazione non venuta da me.

 
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