Ave Cerquetti - scultrice avventure di una vocazione artistica.
Se guardo indietro fin dall’infanzia vedo, come un filo d’oro che si svolge nel tempo, la mia vita fin da bambina che va di scoperta in scoperta … in tutto ciò che mi circondava, cominciando da quando, camminando ancora a carponi, vedevo figure nelle macchie del pavimento e le indicavo disegnandole col dito. E quando scoprii che maneggiando la creta che il vasaio trasformava in vasi, io potevo trasformarla in tante figurine per il presepe, fu di grande stupore; gioivo nel continuo donare a chi mi stava accanto: una statuina per te, un’altra per te.
O quando, ancora a cinque-sei anni, scoprii la primavera: rimasi senza fiato vedendo la bellezza del biancospino in fiore.
E negli anni della guerra in campagna quando al tramonto la mamma mi faceva notare che le montagne non sono solo marroni e verdi, ma viola, rosa... che meraviglia la creazione!
Col crescere, negli anni ‘50, ero a Roma, nella mia città sotto il belCupolone, a frequentare l’Accademia di Belle Arti.
Fu un giorno che uscendo dall’Accademia decidemmo con un gruppo di compagni di andare a vedere la mostra di Rouault a Palazzo Venezia: eravamo desiderosi di conoscere dal vivo i colori. Salite le scale di corsa mi ritrovai subito di fronte ad un suo quadro, un volto di Gesù. Allora non ero per nulla interessata all’arte sacra, perché ero evangelica valdese, ma lì di fronte a quel quadro il rapporto con Gesù fu immediato. Fui come rapita, tutt’uno con Lui. Non continuai neanche a visitare la mostra con i compagni. Quel quadro, quell’artista mi avevano toccato l’anima e ho capito il valore dell’Arte Sacra: dare Dio attraverso l’Arte.
Credo che fu come una chiamata, quello che avrei poi dovuto fare nella vita.
Nell’Accademia sempre più mi aprii alla comprensione e all’amicizia profonda verso i miei compagni di diverse nazionalità: russa, araba, israelita, libanese, americana del Nord, del Centro, ecc.
Poi in Sardegna, nel 1955, ospite di Madre Paola Palmas che mi aveva conosciuto in un momento di profonda crisi alla ricerca della pienezza della verità e lì conobbi la spiritualità del Movimento dei Focolari.
Ero così grata di questa Luce che avrei voluto passare le giornate ringraziando Dio, ma questa cara Madre Paola mi disse che il modo più efficace di ringraziare sarebbe stato corrispondere ai talenti avuti.
E in Sardegna vennero fuori i primi lavori di scultura, ritratti a tutto tondo che furono notati dalla critica: “Donna sarda”: era zia Clelia, la cuoca delle suore (mi sembrò bello partire col lavoro nel ritrarre la persona più umile), quindi il busto di Mons. Antonio Sardu, “i Cantori” e così via.
Più tardi, nel ‘58, un’esperienza di quasi tre anni di lavoro in Centro America, a San Salvador. Ho lavorato con intensità, con numerosi riconoscimenti della critica, l’incarico d’insegnamento all’Accademia, conferenze settimanali sull’arte in TV. e al 1° Congresso Meso-Americano quando mi annunciarono in qualità di rappresentante della scultura, ebbi la sorpresa che si alzarono tutti in piedi per un grande applauso.
Cercando di vivere questa spiritualità, cercavo di amare il prossimo come fossero tutti fratelli, ma più mi buttavo in questo senso e più mi arrivavano commissioni e lavori di scultura da fare.
Visitavo carcerati, poveri, ammalati; andavo negli ospedali a dare il sangue... e ogni volta, al ritorno, era un lavoro o un incarico professionale in più.
Per esempio quando i Padri Salesiani mi chiesero una statua di Maria Ausiliatrice, alta 4 metri, per la facciata della loro nuova chiesa, per me fu spontaneo dire di sì, anche se non avevo mai fatta una scultura così grande, sentivo che avrei avuto la ‘grazia’ di farla.
E non solo ci fu l’immediata ispirazione approvata, ma in più arrivò subito tutto il materiale necessario.
L’armatura fu disegnata da me sul pavimento del laboratorio dei salesiani eseguita poi dal fabbro che via via piegava il ferro, lungo il disegno; così saldata era pronta per la massa di creta per il tutto tondo.
Ma dove lavorarla? dove trovare un soffitto così alto?
Me la trovai già installata nella palestra delle suore salesiane con una grande scala in legno e un vascone di creta; c’erano anche gli attrezzi: chiavi e stecche disegnati da me (perché questi attrezzi non si trovavano in vendita ).
Cominciai a fare su e giù sulla scala con il peso della creta per mettere su la massa, per poi modellarla. Ma dopo un po’ mi resi conto che era un’impresa immane, ci sarebbe voluto più di una settimana solo a metter su la creta.
Ma appena fatto questo pensiero ecco che vedo entrare tanti bambini (era l’intervallo degli esami) sorpresi di vedere l’alta armatura, e felici della creta. Io li invito ad un gioco entusiasmante: a vedere chi tira più velocemente le palle di creta su in alto da me che in fretta le getto sull’armatura.
La sera stessa, dopo due-tre intervalli, era pronta la massa di creta…!
Feci anche parte del gruppo degli artisti d’avanguardia, collaborando alle loro iniziative.
Tra queste la fondazione della I° Galleria d’arte contemporanea permanente, dove feci esperienze molto forti.
All’inaugurazione della Galleria, un fatto negativo si rivela inaspettatamente un ottimo agente pubblicitario.
Un monello, entrato di corsa nella Galleria, uscì con altrettanta velocità prendendo un mio bozzetto in bronzo.
Ne parlarono i giornali: “E’ stata rubata una scultura dell’artista italiana, ecc. ecc. ” Così anche la foto sul giornale quando la polizia mi restituiva la piccola scultura. Fu proprio buffo.
E poi le conferenze in TV.
Dovevo tenere una serie di conferenze sull’arte alla Televisione Nazionale.
Pensai di cominciare dai lavori dell’artista più in difficoltà: astrattista, ateo. Era sposato, con un bambino, e insieme alla moglie tiravano la cinghia perché gli anziani docenti della pittura in Accademia, tradizionalisti, scrivevano sui giornali articoli contrari a lui e di fatto non riusciva a vendere neanche un quadro.
Andai a casa sua poco prima della prima trasmissione a farmi dare alcuni suoi quadri. Gli chiesi di spiegarmeli e mentre parlava mi sembrava per la prima volta di capire l’astratto..
E in trasmissione, spiegando le sue pitture, mi è venuto spontaneo citare la frase di Chiara Lubich: “Un artista, anche se ateo, dà Dio perché dà l’anima umana fatta a Sua immagine e somiglianza...”
Subito dopo la trasmissione presi un taxì per riportare i quadri. Il taxista riconoscendomi (mi aveva visto in TV) non volle essere pagato e arrivando trovai sulla porta Carmen, la moglie del bravissimo pittore Carlos Canas, che mi attendeva a braccia aperte dicendomi: “Non ho visto mai mio marito piangere davanti alla TV” e lui, giungendo subito dopo, ancora commosso, diceva: “Non credevo che i miei quadri dicessero tanto”. Di lì a pochi giorni cominciò a vendere i suoi quadri. E dopo qualche mese fu nominato direttore dell’Accademia.
Questo solo per dirvi un pochino di quello che si scopre nel tentativo di rispondere ad una chiamata, è come il dischiudersi di un’avventura che continua a stupire, soprattutto chi la vive in prima persona.
Potrei continuare con tanti fatti ancora, ma per questi vi invito a Loppiano, una cittadella del Movimento dei Focolari vicinaa Firenze, dove vivo e lavoro. Vi aspetto!